Startup innovative, possono essere aziende open source?

 

L’attuale normativa italiana sulle startup innovative prevede una serie di vantaggi per tutte le imprese che vengono classificate come “innovative”:

  • Alleggerimenti burocratici e fiscali per tutte le operazioni legate al registro delle imprese.
  • Gestione societaria flessibile.
  • Disciplina del lavoro tagliata su misura.
  • Facilitazioni nell’accesso al credito bancario.
  • Incentivi fiscali nell’investimento.
  • Equity crowdfunding.
  • Etc.

Ci si chiede se un’azienda che fa business sull’open source abbia i requisiti per accedere alla qualifica di “startup innovativa”.

Scorrendo la lista dei requisiti necessari a qualificarsi come “startup innovativa”, se ne incontrano molti di tipo banale, ad esempio:

 

  • L’attività d’impresa è avviata da meno di 60 mesi.
  • La sede principale è in Italia.
  • Il totale valore della produzione annua è inferiore ai 5 milioni di euro.
  • L’azienda non distribuisce utili.
  • L’oggetto sociale sono prodotti e servizi innovativi.
  • L’azienda non è stata costituita da fusione, scissione o cessione di ramo d’azienda.

Si arriva per ultimo ad una lista di requisiti molto importanti, alternativi tra di loro.

Una startup per essere considerata innovativa deve soddisfare almeno una delle seguenti tre condizioni:

  1. La forza lavoro è composta per 1/3 da dottori di ricerca, oppure per 2/3 da laureati magistrali.
  2. Le spese in ricerca e sviluppo sono uguali o superiori al 15% del maggior valore tra costo e valore della produzione.
  3. L’azienda è titolare di brevetti oppure è titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore.

Il primo dei tre requisiti alternativi, quello riguardante i dottori di ricerca o i laureati, è di semplice comprensione e non merita approfondimento.

Con riguardo al secondo dei tre requisiti alternativi, ci si chiede in primo luogo quali siano le spese di ricerca e sviluppo.

Le spese di ricerca e sviluppo vengono definite nella guida “La startup innovativa” come “le spese relative allo sviluppo precompetitivo e competitivo, quali sperimentazione, prototipazione e sviluppo del business plan, le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati, i costi lordi di personale interno e consulenti esterni impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo, inclusi soci ed amministratori, le spese legali per la registrazione e protezione di proprietà intellettuale, termini e licenze d’uso.”

 

Dal momento che i costi del personale vengono citati tra le possibili spese di ricerca e sviluppo, e che nelle aziende open source una delle principali voci di costo è relativa al personale, è necessario approfondire ulteriormente se lo sviluppo di software possa essere considerato una attività di ricerca e sviluppo.

 

Una circolare del Ministero dello Sviluppo Economico chiarisce che “affinché un progetto per lo sviluppo di un software venga classificato come R&S, la sua esecuzione deve dipendere da un progresso scientifico e/o tecnologico e lo scopo del progetto deve essere la risoluzione di un problema scientifico o tecnologico su base sistematica.”

Tra gli esempi di sviluppo di software classificabile come “ricerca e sviluppo”, vengono elencate le seguenti voci:

  • Lo sviluppo di un nuovo sistema operativo o di un linguaggio di programmazione.
  • La progettazione e la realizzazione di nuovi motori di ricerca basati su tecnologie originali.
  • Gli sforzi per risolvere i conflitti con hardware o software in base a un processo di reingegnerizzazione di un sistema o di una rete.
  • La creazione di nuove e originali tecniche di criptazione o di sicurezza.

La circolare fa anche degli esempi riguardo al software non classificabile come ricerca e sviluppo:

  • I lavori su aggiornamenti relativi a specifici sistemi operativi e programmi.
  • Le attività di ordinaria manutenzione del computer e del software.
  • Lo sviluppo di software applicativi e sistemi informativi aziendali che utilizzino metodi conosciuti e strumenti software esistenti.
  • L’aggiunta di nuove funzionalità per l’utente a programmi applicativi esistenti.
  • La creazione di siti web o software utilizzando strumenti esistenti.
  • L’ ordinaria attività di correzione di errori (“debug”) di sistemi e programmi esistenti.
Passando al terzo dei tre requisiti alternativi, quello che riguarda la titolarità dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario, registrato presso il registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore, si pone il problema della compatibilità del requisito con il software open source.
La legge italiana sul diritto d’autore (633/1941, l.d.a) assegna all’autore del software il diritto ad essere riconosciuto come tale (diritti morali) e i diritti esclusivi di utilizzazione economica (diritti patrimoniali).  Nel caso di software sviluppato nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato, il titolare dei diritti patrimoniali è il datore di lavoro. È importante ricordare che questi diritti vengono a sussistere per effetto della creazione dell’opera dell’ingegno, in questo caso un software, senza che vi sia necessità di produrre un qualsiasi atto.
Le licenze sul software libero sono proprio un dispositivo giuridico con cui il titolare dei diritti patrimoniali cede (a determinate condizioni dettate proprio dalla licenza) tutti o alcuni dei diritti patrimoniali che la l.d.a. gli assegnava in via esclusiva, come il diritto alla copia, alla modifica o alla ridistribuzione.
A nostro avviso, è possibile registrare presso il registro pubblico SIAE qualsiasi software di cui si sia autori e/o titolari dei diritti patrimoniali, incluso quindi il software FLOSS. Questa registrazione come detto non è un prerequisito per il riconoscimento dei diritti d’autore sul software, ma può essere considerata il modo più “istituzionale”, in Italia, per dimostrare i proprio diritti morali e patrimoniali.
La conseguenza è che una startup innovativa con un modello di business incentrato sul sofware libero/open source potrebbe qualificarsi come tale in base al requisito del software registrato presso la SIAE. Tuttavia la lettura estesa del requisito pone dei dubbi sul fatto che questa conclusione aderisca allo “spirito” della norma.
Sia titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa a una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale ovvero sia titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore, purché tali privative siano direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività d’impresa
Alla nostra analisi questo passaggio soffre della stessa tara che affligge molta della normativa italiana che ha ricadute sul digitale: è stata scritta senza tenere a mente i nuovi paradigmi. In questo caso sembra evidente l’intenzione del legislatore, tradita anche dall’aver inserito il requisito della registrazione del software nello stesso respiro di quello delle privative industriali, di prendere a riferimento e dunque tutelare il classico modello di business legato alla vendita dei diritti sull’opera dell’ingegno. La normativa sulle startup innovative sembrerebbe dunque richiedere la registrazione del software in funzione del fatto che la startup in questione venda commercialmente la licenza.
Un’azienda open source, a nostro avviso, potrebbe più facilmente e con minori incertezze qualificarsi come startup innovativa utilizzando il primo criterio, quello dei laureati e dei dottorandi, oppure il secondo criterio, quello delle spese in ricerca e sviluppo.
Per un parere approfondito sul tema open source e startup innovative, è comunque consigliabile contattare il Ministero dello Sviluppo Economico, in quanto le opinioni espresse nel presente post sono delle semplici riflessioni sulla normativa sulle startup innovative.
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