Intervento: L’Industria Italiana del Software Libero

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Roma- LUISS iLAB, 8 Maggio 2015

L’industria del Software Libero è l’insieme delle aziende, dei professionisti e degli studenti la cui attività lavorativa ricade prevalentemente nel software libero.

Il termine “industria” in questo contesto non rappresenta una fabbrica di manufatti, ma un settore dell’economia.

Così come ad esempio, il Milan ed il Manchester United fanno parte dell’industria dell’intrattenimento del tempo libero, insieme ai cinema ed ai teatri, l’industria del software libero è un sottoinsieme dell’industria del software.

Il logo dell’Industria del Software Libero, magistralmente disegnato dall’architetto Fiorentino Sarro, sintetizza bene i valori dell’industria.

Il logo rappresenta un edificio vetrato trasparente, il quale potrebbe essere la sede di una multinazionale, ma anche (interpretando lo spazio in maniera contemporanea) un coworking dove tante imprese lavorano condividendo in maniera agile gli spazi.

L’industria italiana del software libero, infatti, al momento è costituita in prevalenza da piccole imprese, ed il nostro gruppo di lavoro vuole essere il luogo di coordinamento tra le varie realtà del paese, in modo che possano operare sul mercato con la stessa forza di una multinazionale.

La trasparenza dell’edificio è un richiamo evidente all’accessibilità del codice sorgente, fattore nel quale si concentra tutto il valore dell’industria.

Il pinguino sulla facciata è il simbolo di libertà del software più riconoscibile alle masse, un richiamo alle comunità del software libero dalle quali vogliamo distinguerci in favore di una trattazione professionale dell’argomento, ma con le quali vogliamo dialogare e non entrare in conflitto.

 

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La giornata dell’8 Maggio 2015 a Roma nasce anche dalla visione di un’azienda chiamata Sun Microsystems.

Quando Sun ancora esisteva, ero uno studente di economia che passava i pomeriggi con Linux.

Cercavo il modo di coniugare la mia passione con il mio studio ed il mio futuro lavoro.

Un giorno lessi “business aperto per mercati aperti“, una lettera di Jonathan Schwartz, allora CEO di Sun Mircosystems (l’azienda di OpenOffice) in occasione del software freedom day.

Quella lettera conteneva tutto ciò di cui avevo bisogno: una visione concreta della rivoluzione di internet anticipata dal primo Cluetrain Manifesto, l’associazione della libertà tecnologica alla libertà del mercato, esempi concreti di nazioni che basavano la loro crescita economica sugli standard aperti, e soprattutto la conferma che i modelli di business del software libero possono essere tra i più redditizzi del mondo.

La lettera si concludeva con un invito a partecipare direttamente alle crescenti opportunità economiche, rendendo più veloce il progresso sociale e migliorando l’efficienza del mercato.

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A proposito di opportunità economiche e di profittabilità delle aziende del software libero, Red Hat è stata la prima azienda dell’industria a fatturare un bilione di dollari.

Per arrivare a questo risultato, l’azienda americana si è avvalsa di un sistema “a tre teste”.

Red Hat finanzia il progetto Fedora, tramite il quale la comuntà sviluppa le innovazioni per il sistema operativo GNU / Linux.

Perdiodicamente si prende una versione di Fedora, si blocca l’inserimento di innvoazioni per stabilizzare il codice, e la si vende insieme a contratti annuali di assistenza tecnica sotto il nome di Red Hat Linux.

La comunità ha accesso anche al sorgente della versione stabile, ma non può vendere il software col nome di Red Hat Linux se non è parnter di Red Hat, questo per garantire che il marchio Red Hat sia sinonimo di Qualità.

Pertanto, la versione comunitaria della release stabile del software si chiama CentOS.

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La profittabilità dei modelli di business del software libero deriva da vari fattori:

  • Il cliente è invogliato all’acquisto dalla mancanza di lock-in e dall’indipendenza dal fornitore nel lungo periodo.
  • Il cliente è invogliato all’acquisto dall’assenza di limiti commerciali alle funzionalità del software. Nel software proprietario è infatti possibile che sebbene un software possa essere tecnologicamente utilizzato per un dato scopo, vengano inserite clausule commerciali perchè ciò non avvenga. E’ il caso ad esempio delle licenze Home & Student, che si contrappongono alle licenze Enterprise.
  • Chiunque ha la possibilità di studiare e modificare il codice, quindi si può anticipare l’ingresso nell’industria durante la propria vita da studente universitario.
  • Non si devono sostenere grossi investimenti iniziali per entrare nel mercato, a parte il costo della formazione e quello delle pratiche burocratiche e fiscali di avvio dell’attività professionale in regime di vantaggio o della Srl semplificata.
  • Il cliente è incentivato all’acquisto dell’investimento in personalizzazioni piuttosto che in licenze.

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L’ultimo libro di Philip Kotler, il guru del marketing moderno, parla del ruolo del software libero nella trasformazione del marketing dall’attenzione al cliente all’attenzione all’anima (il cosiddetto “marketing esistenziale”).

Il software libero è stato il primo settore economico nel quale si è sperimentato il marketing collaborativo e la co-creazione del prodotto tra impresa e cliente.

Il marketing collaborativo si è poi esteso ai social media collaborativi, come Wikipedia, per poi entrare nel marketing di qualunque prodotto, secondo la visione dell’82ma tesi del cluetrain manifesto del 1999.

Torna anche la conferma della visionarietà della Sun Microsystem, grazie ad un CEO che aveva definito l’epoca attuale “era della partecipazione”.

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La qualità percepita dal cliente di un servizio svolto secondo il modello di business del software libero, è il frutto della sommatoria tra la qualità del software e la qualità delle persone che lo installano, sviluppano, implementano, personalizzano, insegnano.

La comunità del software libero ha fatto molto per migliorare la qualità del software, l’assenza di asimmetria informativa tra venditore ed acquirente è già di per se una garanzia d’innalzamento della qualità, secondo quanto citato in “The market for Lemons” del nobel per l’economia George Akerlof.

Esiste però, purtroppo, ancora un’asimmetria informativa per quel che riguarda la qualità dei professionsiti del software libero, che è quello che rovina il mercato.

L’industria Italiana del Software Libero dovrebbe avere come obiettivo quello di promuovere le professionalità valide e spingere fuori dal mercato le persone non all’altezza.

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Altre buone ragioni per fare l’Industria sono:

  • Combattere l’isolamento delle singole professionalità, che da sole non sono in grado di organizzarsi per sfruttare le opportunità del mercato, ad esempio la fatturazione elettronica e tutte le altre tecnologie dell’agenda digitale.
  • Lavorare per migliorare e promuovere la qualità delle professionalità.
  • Fornire un supporto nell’organizzazione aziendale interna e nella business administration, ad aziende e professionisti che in genere hanno competenze prevalentemente informatiche.
  • Organizzare la formazione continua dei professionsiti.
  • Fare da tramite tra le aziende e le comunità di utenti finali e quelle di sviluppatori del software libero.
  • Promuovere campagne di co-marketing istituzionale per divulgare il software libero in azienda.
  • Svolgere un’azione di lobby sulla pubblica amministrazione, affinchè adottando il software libero, possa creare nuove occasioni di lavoro in Italia.

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L’idea di un’Industria Italiana del Software Libero è stata ispirata da Federico Razzoli, ambassdor di MariaDB, il quale mi suggerì la necessità di creare in Italia un’organizzazione simile alla tedesca Open Source Business Alliance.

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E quindi, facciamola l’Industria Italiana del Software Libero!

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Slide: Marco Lombardo – Industria italiana del software libero