Intervista a Roberto Guido presidente di Italian Linux Society

L’associazione Industria Italiana del Software Libero, nell’ambito delle sua politica di diffusione attiva dell’open source, quest’anno ha deciso di diventare sponsor del Linux Day. L’evento nazionale, che si ripete dal 2001 ed è composto da tanti eventi locali sparsi in tutta Italia, quest’anno cade di Sabato 27 ottobre.

 

Per questa occasione abbiamo chiesto a Roberto Guido, presidente di Italian Linux Society, di rilasciare un intervista al direttivo di IISL.

Buona lettura!

Tu sei un uomo di tecnologia, sempre aggiornato e sempre sul pezzo. Tuttavia la tecnologia si evolve rapidamente.
Ci racconti due episodi, uno “storico” ed uno “attuale” in cui hai visto per la prima volta delle tecnologie ed hai pensato “Questo può veramente cambiare la vita delle persone, oppure questo può veramente cambiare come si lavora nelle aziende”.

Sono stato e sono ancora un fan delle tecnologie semantiche: anni fa pensavo che Tracker e Nepomuk avrebbero davvero stravolto il desktop Linux, portandolo ad essere qualcosa di completamente diverso – ed infinitamente migliore – dell’esperienza desktop cui siamo tutti abituati; oggi ripongo lo stesso entusiasmo e la stessa speranza nei confronti di Solid, progetto promosso da Tim Berners Lee e destinato a portare quegli stessi concetti (in primis: l’astrazione dell’informazione, rappresentata in forma di linked data) nel mondo web.

Viviamo in una società liquida, le persone si aggregano per il tempo di un Meetup su WordPress e poi si “disperdono”. La necessità di aderire “ufficialmente” ad una associazione è sempre meno sentita. Questo non è un problema per la tecnologia perchè riesce ad arrivare alle persone in altri modi.
Può essere un problema per la rappresentanza politica? Come si fa a spingere l’open source nella pubblica amministrazione in una società un cui poche persone sentono il bisogno di essere rappresentate dalle associazioni?

Sicuramente in Italia più che in altri Paesi abbiamo un problema di rappresentanza, benché forse la causa non stia tanto nella scarsa adesione degli individui quanto nella frammentazione di soggetti più o meno rappresentativi cui si può aderire. Ciascuno può essere socio del proprio LUG locale, oppure di una delle tante associazioni nazionali, i numeri si disperdono e non si raggiunge mai una massa critica.

Anche in questo senso (ma non solo) è indirizzata la prossima evoluzione di Italian Linux Society, che si vuole riformare per divenire una federazione: i gruppi locali che lo vorranno potranno dismettere il proprio status di associazione – con tutti gli oneri burocratici ed amministrativi che ciò comporta – e diventare una “sezione locale” dell’associazione nazionale. In questo modo si spera di sollevare i volontari che operano sul territorio da una gran quantità di grattacapi, e nel contempo di consolidare la realtà nazionale di promozione e divulgazione per portarla ad un altro livello di organizzazione ed impatto.
Noi siamo da secoli / calpesti, derisi, / perché non siam popolo, / perché siam divisi“, recita l’inno italiano.
Se Mameli fosse vivo oggi, userebbe certamente Linux.

Recentemente hai organizzato il MERGE-it, è stato un bell’evento per molte comunità. Tuttavia in Italia si fa molta difficoltà ad organizzare eventi nazionali sull’open source e sulle comunità, anche rispetto a paesi più piccoli come l’Albania (vedi Oscal). Qual è il problema dell’Italia?

I problemi sono numerosi: la summenzionata frammentazione – dei soggetti, e di conseguenza degli sforzi che ciascuno compie per organizzare un suo proprio evento annuale -, una diffusa esterofilia (ci sono più italiani al FOSDEM di Bruxelles che ad un qualsiasi evento italiano), l’incapacità di raccogliere risorse (umane, tecniche ed economiche) che garantiscano una organizzazione che possa davvero aspirare ad avere risonanza nazionale, una diffusa mancanza di scopo (e se lo scopo non è ben chiaro, difficilmente qualcuno attraversa il Paese per partecipare), e più a fondo ancora la mancanza di comunicazione all’interno della community.
MERGE-it è stata una esperienza unica. Non so se ci sarà mai una seconda edizione, ma sono contento del fatto che – dopo anni passati a dirci l’un l’altro che avremmo dovuto fare qualcosa tutti insieme – questo “qualcosa” sia stato fatto.

Ci sono tanti ragazzi che ogni anno si avvicinano al mondo del software libero, cosa ti senti di consigliare a tutti quelli che vogliono provare l’avventura imprenditoriale unito all’uso del software libero?

Io sono “imprenditore del software libero” da un paio d’anni (dopo essere stato dipendente di diverse aziende affini ai medesimi principi), e più di ogni altra cosa ho constatato che l’etica propria del software libero paga anche in termini professionali: i clienti si stanno progressivamente stufando di essere succubi di fornitori che, detenendo la completa proprietà del software, possono permettersi di fare il bello ed il cattivo tempo e di imporre costi arbitrari di manutenzione e sviluppo, e non di rado capitano da me piccole e medie realtà che pur di svincolarsi da questi legami – deleteri per i propri stessi interessi – sono disposte ad investire.
Sicché il consiglio è: rifiutate le logiche commerciali del licensing, del lock-in e della restrizione. È un modello oramai obsoleto, che male si applica al software, e non sostenibile in un mercato che – proprio in virtù dell’opensource, e della disponibilità di soluzioni all’avanguardia immediatamente utilizzabili a costo zero – è diventato assai competitivo sul piano prettamente tecnologico.

Secondo te cosa può e deve fare una azienda che usa software libero per il proprio business, nei confronti del mondo dell’open source?

Potrei sommariamente dire “donate ai progetti open che usate”, ma sarebbe un invito fuorviante: nel momento in cui tali strumenti sono usati per fare business, e dunque generare profitto, l’atto di destinare una parte di tale profitto alla manutenzione ed alla crescita dei propri strumenti non è una “donazione”, in senso altruistico e caritatevole, ma un investimento sul proprio stesso futuro.
Da diverso tempo Italian Linux Society promuove la campagna “UnoPercento“, un appello rivolto appunto agli operatori del settore affinché dedichino l’1% del proprio fatturato al sostegno dei progetti che attivamente usano e sfruttano per le proprie attività. Non per generosità, non per alterigia, non per coscienza, ma per puro e semplice interesse economico.

L’Italia cambia come anche l’accesso alla tecnologia ha cambiato molte abitudini e necessità. Perché i Linux Day sono così importanti per il nostro paese per la diffusione e promozione della filosofia open source?

L’intento originario del Linux Day era portare il tema del software libero, con tutte le sue implicazioni, al pubblico generico. Dopo 18 anni mi sento di dire che c’è riuscito solo in parte: l’argomento è necessariamente complesso e di interesse troppo specifico per aspirare ad una massiccia partecipazione popolare, solo una piccola percentuale dei visitatori del Linux Day arriva per avere chiarimenti e delucidazioni di base, e d’altro canto un singolo appuntamento all’anno non è sufficiente a garantire una continuativa opera di divulgazione, educazione e supporto.
Semmai il pregio del Linux Day è quello di avere una discreta visibilità e pertanto di attirare in prima istanza persone che già conoscono – più o meno sommariamente – Linux ed il software libero, che possono poi essere coinvolte in altre attività nel corso dell’anno. Sta alla sensibilità di ogni gruppo organizzatore riuscire ad individuare queste persone, interessarle e renderle parte attiva della propria comunità locale.
Nella mia esperienza personale, pressoché tutti coloro che ho visto contribuire nel mio territorio (con gli sportelli di assistenza a cadenza fissa, i corsi all’università e le altre occasionali manifestazioni) le ho conosciute la prima volta ad un Linux Day.

I Linux Day sono incubatori di incontri locali con molte realtà open source. Come può IISL come associazione, assieme ai suoi iscritti, aiutare ILS nel perseguire le finalità dell’evento?

IISL intende rappresentare il mondo professionale, ovvero il mondo che (giustamente e lecitamente) trae profitto dal software libero. Il maggior contributo che può dare è pertanto quello di tipo economico.
Quest’anno è stata proposta una modalità di sponsorizzazione “mista locale/nazionale”, tale percui è possibile sponsorizzare la manifestazione nazionale – con tutti i benefici in termini di visibilità, e permettendo al coordinamento centrale di sostenere le spese che vanno poi a beneficio di tutti – pur destinando parte dei fondi al proprio Linux Day locale; un modello che intende  consolidare le dinamiche di mutua assistenza e supporto proprie di una manifestazione distribuita e federata, e risaldare un legame che col tempo si è diluito.

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